Amelia Edwards pioniera delle Dolomiti
Marzia Bortolameotti · 15 September 2025
Era l’estate del 1872 quando la quarantunenne londinese Amelia Blanford Edwards intraprese un viaggio pionieristico, durato oltre un mese, alla scoperta delle Dolomiti. Ispirata da questa straordinaria esperienza, l’anno seguente, Amelia pubblicò un romanzo dal titolo Untrodden Peaks and Unfrequented Valleys.
Untrodden Peaks and Unfrequented Valleys
Untrodden Peaks and Unfrequented Valleys è un resoconto dettagliato dell’avventura dolomitica di Amelia, arricchito da ventisette incisioni in bianco e nero tratte da alcuni schizzi realizzati dall’autrice stessa. L’acribia con cui vengono presentati il territorio e i suoi abitanti offrono al lettore una preziosissima testimonianza sia sul piano paesaggistico sia etnografico. Inoltre, attraverso descrizioni minuziose riguardanti infrastrutture, mezzi di trasporto, tempi di percorrenza, strutture ricettive e servizio, toponomastica e altimetria delle cime, l’autrice riesce a fornire una panoramica a 360 gradi sulla regione dolomitica, rendendolo una guida turistica ante litteram.
Quest’opera riscosse un clamoroso successo nel Regno Unito e contribuì alla nascita del turismo dolomitico nel senso moderno del termine.
Se nel suo paese di pubblicazione il romanzo godette subito di grande prestigio, in Italia rimase pressoché sconosciuto per oltre un secolo. Fu soltanto nel 1985 che l’alpinista ed editore agordino Bepi Pellegrinon pubblicò la prima e unica traduzione italiana dell’opera sotto il titolo di Cime inviolate e valli sconosciute: vagabondaggi di mezza estate nelle Dolomiti – 1872.
Due donne alla scoperta delle Dolomiti
Amelia viene ricordata come una tra le prime donne a visitare le Dolomiti nel XIX secolo, ma coloro che non hanno letto Untrodden Peaks probabilmente non sono a conoscenza del fatto che l’autrice non fosse sola. In tutto il romanzo, Amelia racconta di essere in compagnia della sua amica “L.”, la cui identità è rimasta un mistero per anni. Soltanto una decina di anni fa l’identità di “L.” è stata attribuita a Lucy Renshaw, una ricca ereditiera che aveva ricevuto ingenti somme di denaro dal padre, proprietario di numerose fonderie a Manchester. Le due si erano conosciute nell’aprile di quello stesso anno a Sorrento, dove entrambe si erano recate per godere delle miti temperature mediterranee e avevano subito stretto una profonda amicizia. Inizialmente Amelia e Lucy dovevano recarsi in Engadina, ma successivamente cambiarono i loro piani e partirono alla volta delle Dolomiti.
Oggigiorno, è cosa del tutto normale sapere che due o più amiche intraprendono un viaggio o un’escursione insieme senza essere accompagnate da una presenza maschile, ma la situazione era ben diversa nel 1872. Imbattersi in due viaggiatrici indipendenti era un fatto che poteva suscitare molto stupore. Un esempio che lo dimostra, è rappresentato dalla conversazione che le due amiche si trovarono ad affrontare a Forno di Zoldo, quando una locandiera cominciò a chiedere insistentemente da dove venissero, se fossero sorelle o se fossero spostate. Apprendendo che Amelia e Lucy viaggiavano da sole e non erano né spostate né sorelle, la signora locandiera esordì apostrofandole “poverine” con un tono di sincera commiserazione che suscitò una fragorosa risata da parte loro.
La conquista del Sasso Bianco
All’alba del 22 luglio 1872 la piccola carovana composta da Amelia, Lucy, le due guide Giuseppe Ghedina e Clemente Callegari e i due muli di quest’ultimo partirono per tentare la prima ascensione documentata alla cima del Monte Pezza, nota con il nome di Sasso Bianco. Amelia dedicò un intero capitolo di Untrodden Peaks and Unfrequented Valleys a questa impresa e ciò sta sicuramente a significare la grande importanza che l’autrice attribuì a questa esperienza.
In un’epoca in cui numerosi pionieri britannici e germanici conquistavano le cime delle più alte e maestose montagne dolomitiche, una domanda sorge spontanea: per quale motivo nessuno si era interessato al Sasso Bianco fino a quel momento?
La risposta è piuttosto semplice e si trova tra le pagine di Untrodden Peaks. Il Sasso Bianco non veniva preso in considerazione dagli alpinisti del tempo perché considerato “una montagna di serie B”, in quanto, troppo banale per i soci del Club Alpino ma decisamente troppo impegnativo per delle viaggiatrici ordinarie, con scarsa preparazione fisica quali erano Amelia e Lucy.
La proposta era giunta da Clemente sulla strada di ritorno dopo la visita al Sasso di Ronch. Inizialmente le due amiche erano titubanti, così l’idea di affrontare una simile impresa venne temporaneamente accantonata, ma ben presto si fecero contagiare dall’entusiasmo della loro guida e accettarono la sfida.
Da Caprile si avviarono verso l’abitato di Pezzè per poi salire a Caracoi Cimai e dirigersi verso la località di Giardogn dove lasciarono i muli per proseguire a piedi.
Per comprendere a pieno la difficoltà di questa impresa, che sebbene non richiedesse particolari doti alpinistiche fu impegnativa, è doveroso calarsi nel contesto storico del tempo. L’abbigliamento indossato da Amelia e Lucy non era certo tecnico, leggero e traspirante; pur non avendo testimonianza diretta di cosa indossassero in quella occasione, possiamo facilmente presupporre che portassero delle lunghe e pesanti gonne, corpetti stretti in vita e ai piedi stivali o scarpe dalla suola scivolosa.
La salita caratterizzata da pendii scoscesi e piccoli salti di roccia venne affrontata con tenacia, malgrado qualche piccola difficoltà. E dopo sei lunghe ore raggiunsero finalmente la cima!
Prima di misurare l'altitudine e individuare le cime, pranzarono e fecero un brindisi con del brandy mescolato a un blocco di neve che avevano trovato nei paraggi, per festeggiare la conquista.
Dopodiché si misero all’opera per identificare tutte le cime visibili dalla vetta. Purtroppo, Amelia non realizzò alcun disegno del panorama che ebbe modo di ammirare dalla cima del Sasso Bianco e di questo si rammaricò, in seguito, tra le pagine di Untrodden Peaks.
Sebbene non ci abbia lasciato alcuno schizzo a testimonianza dell’impresa, Amelia riuscì a stabilire l’altitudine del Sasso Bianco con un livello di precisione davvero ammirevole, utilizzando soltanto un barometro aneroide.
Secondo i suoi calcoli, l’altitudine misurava 8156 piedi, ovvero 2485 metri, ma consapevole del possibile margine di errore si limitò ad affermare che l’altitudine effettiva fosse poco più di 8000 piedi (2438 metri). Quando fu possibile stabilire le altitudini delle varie cime con metodi più precisi e moderni, venne decretato che l’altitudine ufficiale della cima del Sasso Bianco è di 2407 metri.
Ciò significa che Amelia aveva fatto i calcoli con una precisione tale da sbagliare la quota soltanto di 31 metri, davvero un risultato eccezionale considerando gli strumenti che aveva a disposizione!
Dopo aver visitato numerose località, Amelia e Lucy lasciarono le Dolomiti i primi di agosto e non vi fecero mai più ritorno.
Sono passati oltre 150 anni dal viaggio pionieristico di Amelia e Lucy e fortunatamente oggi non è più raro imbattersi in due donne lungo un sentiero o su una cima. Le Dolomiti sono diventate accessibili a un bacino di utenza molto più ampio rispetto a quanto lo fossero nel XIX secolo quando soltanto poche persone agiate potevano raggiungerle. Ogni anno sono migliaia coloro che hanno il privilegio di godere di questo ambiente bucolico e negli ultimi anni alcune zone sono state prese d’assalto facendo scaturire il fenomeno dell’overtourism.
Amelia, che condannava apertamente alcune mete svizzere già affollate secondo gli standard dell’epoca, sarebbe contrariata nel sapere come sono cambiate le vallate dolomitiche da quando le visitò. Ma sarebbe altrettanto lieta di sapere che esistono ancora persone che continuano cercare di assaporare la vera essenza del territorio dolomitico emozionandosi davanti a un tramonto, annusando un profumato e delicato fiore d’alta montagna o sentendo il vento fresco pizzicare le loro gote.
(scritto da Eleonora Pescosta)
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