Cosa è il "divorzio alpino"

Marzia Bortolameotti · 20 March 2026

Era la notte tra il 18 e il 19 gennaio 2025 quando Thomas Plamberger e la sua compagna Kerstin Gurtner, 33 anni, hanno iniziato la scalata del Grossglockner — la cima più alta dell'Austria, 3.798 metri — lungo la via tecnica dello Stüdlgrat. Una salita di 14 ore, livello UIAA III-IV, avviata già con due ore di ritardo rispetto ai tempi consigliati.

Quando intorno alle 22.50, a soli 50 metri dalla vetta, Kerstin collassa per stanchezza estrema, le temperature sono a -8°C con una raffica di vento che porta la percepita a -20°C. Plamberger resta accanto a lei per circa un'ora e mezza, poi si allontana alle 2.00 di notte per raggiungere il rifugio più vicino e cercare soccorso. Prima di andare, non la sposta in un riparo protetto dal vento. Non la avvolge nel sacco di sopravvivenza che lei stessa ha nello zaino. Non usa le coperte termiche disponibili. Alle 7.10 un elicottero tenta il recupero, ma è costretto a rinunciare per il vento forte. Quando i soccorritori raggiungono Kerstin a piedi, nella mattinata, lei è già morta di ipotermia.

Il processo si è tenuto il 19 febbraio 2026 presso il Tribunale regionale di Innsbruck. Il giudice Norbert Hofer — lui stesso alpinista esperto e autore di articoli sulla responsabilità in montagna — ha condannato Plamberger per omicidio colposo aggravato, con una pena sospesa di cinque mesi e una multa di 9.600 euro. Ma al di là della sentenza, le parole del giudice restano scolpite: «Le abilità di Kerstin erano galassie lontane dalle sue. Lei non aveva esperienza invernale in alta quota. Avrebbe dovuto tornare indietro, e avrebbe dovuto capirlo.»

Durante il processo è emerso un dettaglio ancora più inquietante: non era la prima volta. Una ex compagna di Plamberger, Andrea B., ha testimoniato di essere stata abbandonata dallo stesso uomo, sullo stesso Grossglockner, nel 2023, dopo una discussione durante la scalata. «Ero sola, nel buio, e la mia frontale si era scaricata. Ho urlato, ero completamente disorientata.»

Entrambi gli imputati e la pubblica accusa hanno presentato appello: la sentenza definitiva è ancora attesa.
Cos'è l'«alpine divorce»

Il termine «alpine divorce» circola nella cultura di montagna da molto più tempo di quanto si creda. Già alla fine dell'Ottocento lo scrittore scozzese-canadese Robert Barr pubblicò un racconto intitolato proprio An Alpine Divorce, in cui un uomo tenta di uccidere la moglie durante un'escursione in montagna. La metafora letteraria si è trasformata, nel tempo, in una categoria reale e riconoscibile di comportamento.

Oggi, il fenomeno è esploso sui social media. Il copione è ricorrente: una coppia parte per un'escursione, i ritmi divergono, nasce la frustrazione o semplicemente l'impazienza, e a un certo punto lei viene lasciata indietro — sola, spesso in condizioni non sicure, sempre dipendente da un partner che è l'unico a conoscere il percorso, l'attrezzatura, la via di uscita. Un video TikTok in cui una ragazza in lacrime racconta di essere rimasta bloccata su una formazione rocciosa dopo essere stata abbandonata ha superato i 4,2 milioni di like, trascinando con sé una valanga di testimonianze analoghe: chi è stata lasciata in mezzo a un bosco, chi ha impiegato 12 ore per uscire dal Grand Canyon aiutata da un passante, chi si è trovata sola al tramonto su un sentiero di alta quota.

Nella maggior parte dei casi raccontati online, l'uomo non agisce con intenzioni deliberatamente maligne. Agisce, piuttosto, in modo inconsapevole — spinto da un immaginario di montagna costruito storicamente attorno a valori maschili di resistenza, velocità, stoicismo. «L'enfasi sulla forza e sull'indipendenza è davvero radicata nel modo in cui ai maschi viene insegnato a dare priorità a certi tratti», ha spiegato al Guardian la terapeuta Doriel Jacov, specializzata in dinamiche relazionali. «La mascolinità ha un ruolo preciso nel modo in cui l'alpine divorce si manifesta nella vita reale.»

Ma il risultato non cambia: la sicurezza della compagna viene compromessa. E in contesti remoti, dove l'orientamento e l'esperienza tecnica fanno la differenza tra il rientro a casa e un'emergenza, essere lasciata indietro non è un gesto neutro.
Lo squilibrio che inizia prima di partire

Ciò che rende strutturale questo fenomeno — e lo distingue dal semplice «incidente di percorso» — è il tipo di dipendenza che si crea in montagna. Chi ha meno esperienza si affida completamente all'altro: si fida della pianificazione dell'itinerario, dell'attrezzatura scelta, delle decisioni in corso d'opera. La coppia verticale non riguarda solo la difficoltà della via, ma la relazione stessa tra chi sa e chi non sa, tra chi guida e chi segue.

Nel caso di Kerstin Gurtner, la pubblica accusa ha ricostruito con precisione questa asimmetria: lei non aveva mai affrontato una via alpina invernale di quella lunghezza e difficoltà. Lui aveva scelto l'itinerario, i tempi, l'equipaggiamento — e aveva permesso che lei partisse con stivali da snowboard soft, del tutto inadeguati per il terreno misto d'alta quota. La Corte ha riconosciuto che Plamberger, in quanto alpinista più esperto e di fatto organizzatore della salita, aveva una responsabilità di cura che non può essere delegata a un «accordo reciproco».

La psicoterapeuta Stephanie Sarkis ha osservato che trovarsi in un ambiente isolato senza controllo può essere profondamente traumatico, soprattutto in presenza di rischi reali. Quello che inizia come una gita diventa, nell'esperienza vissuta, qualcosa che assomiglia molto a una forma di controllo — anche quando non è esercitato consapevolmente.
Un precedente legale che conta

La condanna di Plamberger non è solo una vicenda di cronaca: è un atto giuridico che stabilisce un principio importante. Il diritto penale austriaco ha riconosciuto che la disparità di esperienza in montagna crea una responsabilità reale verso il compagno di cordata meno esperto. «La montagna non è uno spazio senza legge», aveva scritto il giudice Hofer già nel 2020 su una rivista alpinistica tedesca. Questa frase suona oggi come la premessa della sua stessa sentenza.

Il dibattito nella comunità alpinistica europea è aperto: c'è chi teme che questa sentenza trasformi ogni incidente in montagna in un potenziale processo, e chi invece vede nel precedente una tutela necessaria per chi si avventura in terreni tecnici affidandosi a un partner più esperto. Quello che è certo è che la questione della responsabilità — chi decide, chi sa, chi garantisce la sicurezza dell'altro — non può più essere ignorata.
Perché questo riguarda le donne in montagna

Il fenomeno dell'alpine divorce non è casuale nella sua distribuzione di genere. Le donne sono strutturalmente sottorappresentate nei gradi tecnici dell'alpinismo, nelle guide alpine, nei libri di montagna, nelle immagini pubblicitarie del settore outdoor. Questo significa che, nella stragrande maggioranza delle coppie che salgono insieme, è la donna ad avere meno esperienza — e quindi a trovarsi nella posizione di dipendenza.

Non si tratta di una fragilità intrinseca. Si tratta di un accesso storicamente disuguale: meno accesso alla formazione tecnica, meno modelli di riferimento femminili, più messaggi culturali che scoraggiano le donne dall'avventurarsi in terreni «difficili» senza la guida di un uomo. La dipendenza che si crea in montagna è spesso il risultato diretto di queste barriere accumulate nel tempo.

Naomi, 46 anni, educatrice e membro della Wine Hiking Society, ha definito il fenomeno «un'altra versione del #MeToo». Anche lei è stata lasciata indietro durante un'escursione. Non c'era pericolo di vita. Ma c'era umiliazione, c'era paura, c'era la conferma di non essere abbastanza. E questa esperienza, moltiplicata per milioni di donne, ha un effetto preciso: scoraggia. Allontana dalla montagna. Genera una barriera psicologica che si somma a tutte le altre.
Cosa si può fare

Il caso Plamberger-Gurtner ha aperto un dibattito necessario. Ma la risposta non può essere solo giuridica. Serve un cambiamento culturale che parta dalla formazione, dall'accesso, dalla rappresentazione.

Concretamente, ci sono cose che ogni donna può fare — e che ogni uomo che va in montagna con una compagna dovrebbe interiorizzare. Pianificare insieme un'uscita significa condividere le informazioni tecniche, non solo decidere l'itinerario per due. Scegliere mete commisurate all'esperienza di entrambi, non solo di chi ne ha di più. Non lasciare mai l'altra persona senza una via di rientro autonoma — mappa, contatti d'emergenza, attrezzatura propria. E, soprattutto, imparare a riconoscere la differenza tra la libertà di andare al proprio ritmo e l'abbandono.

La montagna è uno spazio che può essere trasformativo, liberatorio, profondamente femminile. Ma perché lo sia davvero, deve essere uno spazio sicuro — non per scelta del compagno di turno, ma per competenza propria.

Con Donne di Montagna

La nostra missione è abbattere le barriere fisiche, psicologiche e culturali che tengono le donne lontane dalla montagna. Perché la risposta all'alpine divorce non è smettere di andare in montagna con il partner — è acquisire gli strumenti per non dipendere da nessuno per la propria sicurezza.

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