Donne e sport: una storia di ostacoli, conquiste e cambiamento

Marzia Bortolameotti · 4 November 2025

La storia delle donne nello sport è un viaggio che attraversa più di un secolo di battaglie culturali, pregiudizi e conquiste. Un percorso che parte dal diritto di esserci — di partecipare, di allenarsi, di competere — e arriva oggi alla quasi parità numerica nei grandi eventi internazionali, anche se non ancora nella leadership, nella visibilità e nelle retribuzioni.

Dai Giochi Olimpici ai campi di calcio, dai club di golf alle università americane, ogni conquista femminile nello sport ha avuto un effetto a catena: ha cambiato il modo in cui la società guarda al corpo, alla forza e alla libertà delle donne.
Dal 2% al 50%: la lenta scalata delle donne alle Olimpiadi

Quando nel 1900 si tennero i primi Giochi Olimpici moderni, le donne rappresentavano appena il 2% dei partecipanti. Gli sport “adatti” a loro erano pochissimi: tennis, golf e poco altro.

Per decenni, la femminilità è stata usata come argomento per escludere. Le donne che facevano sport venivano considerate “poco eleganti”, “non adatte”, “pericolosamente virili”.

Eppure, la partecipazione femminile crebbe comunque: nel 1928 le atlete erano il 10%, nel 1960 il 23%, e nel 1984 già il 29%.

Il grande salto arriva nel nuovo millennio: alle Olimpiadi di Londra del 2012, grazie all’introduzione della boxe femminile, le donne hanno potuto finalmente partecipare a tutte le discipline in programma. Il Comitato Olimpico Internazionale ha poi fissato un obiettivo preciso: raggiungere il 50% di partecipazione femminile, traguardo toccato proprio con i Giochi di Tokyo 2020.

Un percorso che non riguarda solo la presenza sul campo, ma anche nei ruoli decisionali: nel 2017, solo 4 dei 15 membri del comitato esecutivo del CIO erano donne, pari al 27%. La strada verso la parità nei vertici sportivi è ancora lunga.
I Giochi Invernali e il “tetto di ghiaccio”

Anche negli sport invernali le atlete hanno dovuto infrangere barriere profonde.

Nel 1924, alla prima edizione dei Giochi Invernali, la presenza femminile era del 4%. Solo dopo un secolo di battaglie e pregiudizi si è arrivati al riconoscimento pieno.

Emblematico il caso del salto con gli sci: per più di cento anni si è sostenuto che fosse “troppo pericoloso” per le donne, addirittura “inadatto dal punto di vista medico”. Solo nel 2014, dopo una causa durata 15 anni intentata da un gruppo di saltatrici, la disciplina è stata finalmente ammessa come sport olimpico femminile.

Oggi, la partecipazione femminile ai Giochi Invernali supera il 45%, segno che anche il ghiaccio, alla fine, può essere scalfito dalla determinazione.
Quando la discriminazione è legge

In molti paesi, fare sport è stato – e in alcuni casi è ancora – un privilegio maschile.

Dopo la rivoluzione del 1979 in Iran, alle donne è stato vietato partecipare a competizioni pubbliche. Nonostante questo, molte atlete hanno continuato a gareggiare di nascosto, spesso rischiando la vita.

In Arabia Saudita, solo nel 2018 alle donne è stato finalmente concesso di entrare negli stadi come spettatrici.

Sono conquiste che altrove diamo per scontate, ma che mostrano quanto lo sport resti un potente indicatore della libertà femminile. Dove una donna può correre, allenarsi e farsi vedere, lì esiste anche uno spazio di libertà civile.
Il potere delle leggi: il caso del Title IX

Una delle rivoluzioni più importanti nella storia dello sport femminile è avvenuta grazie a una legge: il Title IX, approvato negli Stati Uniti nel 1972.

La norma vieta la discriminazione di genere in tutti i programmi educativi e sportivi finanziati con fondi pubblici. Da quel momento, le università e i college americani hanno dovuto aprire i propri campi anche alle donne.

I risultati sono stati straordinari: nel 1970 le atlete universitarie americane erano circa 16.000, nel 2014 erano oltre 200.000.

Il calcio femminile è l’esempio più visibile di questo effetto: in pochi decenni, quasi tutte le scuole americane hanno formato una propria squadra, e oggi gli Stati Uniti sono tra i paesi leader nello sport femminile a livello mondiale.

Il messaggio è chiaro: quando si eliminano le barriere economiche e culturali, le donne partecipano, crescono e vincono.
Parità economica: il tennis come modello (incompleto)

Il tennis è uno dei pochi sport in cui uomini e donne ricevono oggi la stessa retribuzione nei tornei più prestigiosi. Dal 2007, tutti e quattro i tornei del Grande Slam riconoscono premi uguali a giocatori e giocatrici.

Un traguardo che ha richiesto decenni di battaglie e il coraggio di atlete come Billie Jean King e Serena Williams.

Eppure, anche qui, la parità non è ancora totale: nel circuito professionistico complessivo, le tenniste guadagnano in media l’equivalente di 80 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo.

Resta però un dato emblematico: otto delle dieci atlete più pagate al mondo sono tenniste. È la dimostrazione che, quando visibilità e investimenti vengono bilanciati, il talento femminile è perfettamente competitivo anche sul piano economico.
Golf e club esclusivi: la lunga battaglia per entrare

Alcuni sport hanno mantenuto più a lungo la loro esclusività maschile.

Per decenni, i circoli di golf più prestigiosi del mondo hanno vietato l’ingresso alle donne.

L’Augusta National Golf Club, sede del celebre torneo “The Masters” negli Stati Uniti, ha ammesso le prime socie solo nel 2012.

Nel Regno Unito, il Muirfield Golf Club – fondato nel 1744 – ha aperto le porte alle donne solo nel 2017, dopo essere stato escluso dal circuito dei tornei principali a causa della sua politica discriminatoria.

Anche qui, il cambiamento è arrivato non per tradizione, ma per pressione collettiva. La parità non è un’evoluzione naturale: è una conquista culturale.
Il calcio femminile e la questione della parità salariale

Il calcio è il caso più evidente di squilibrio economico tra uomini e donne.

Nel 2015, la squadra femminile degli Stati Uniti, vincitrice della Coppa del Mondo, ha ricevuto 2 milioni di dollari in premi dalla FIFA. Nello stesso anno, la Germania, vincitrice del Mondiale maschile, ha portato a casa 36 milioni.

Prima del 2007, le squadre femminili non ricevevano nemmeno premi in denaro.

Solo nel 2017 la Norvegia è diventata la prima federazione al mondo a introdurre la paga uguale tra uomini e donne nelle proprie nazionali di calcio. Un passo simbolico, ma che ha aperto la strada a politiche simili in altri paesi.

La disparità, tuttavia, resta ampia: i ricavi televisivi, gli sponsor e la distribuzione dei premi continuano a privilegiare le competizioni maschili.
Perché serve ancora parlarne

Oggi le donne rappresentano quasi la metà degli atleti olimpici, ma nei ruoli di potere, nella governance sportiva e nei quadri tecnici restano minoranza.

Le disuguaglianze economiche persistono e gli stereotipi culturali non sono ancora superati. La “forza femminile” nello sport è ancora spesso raccontata come eccezione, non come normalità.

Ecco perché realtà come Donne di Montagna hanno un ruolo cruciale.

Creare spazi di pratica, formazione e rappresentazione significa dare continuità a questo cammino: portare più donne nei luoghi della natura, dello sport e dell’azione; dare voce a nuove professioniste; costruire modelli positivi per le generazioni future.

Ogni volta che una donna corre, scala o si allena in libertà, allarga lo spazio della parità.

La montagna, come lo sport, non giudica: accoglie chi ha il coraggio di salire.

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