Girl Climber: la caparbietà di Emily Harrington (e di tutte le donne prima di lei)
Marzia Bortolameotti · 24 July 2026
Il 4 novembre 2020 Emily Harrington diventa la prima donna a salire Golden Gate — una via di 36 tiri sulla parete di mille metri di El Capitan, in Yosemite — in meno di 24 ore. Prima di lei, ci erano riusciti solo tre uomini: Tommy Caldwell, Alex Honnold e il compianto Brad Gobright.
Una salita. Una linea sui giornali di settore. Sembra poco. Dietro, in realtà, ci sono due decenni di carriera, quattro tentativi falliti, una caduta che poteva costarle la vita, e — soprattutto — una domanda che molte donne nello sport (e non solo) si sono fatte almeno una volta: vale ancora la pena? Valgo ancora io, in un mondo che è stato pensato per altri?
Girl Climber (2025), il documentario diretto da Jon Glassberg, racconta questa storia. Ed è esattamente il tipo di storia per cui Donne di Montagna esiste.
Un mondo che è sempre stato maschile
El Capitan è il monumento dell’arrampicata mondiale. La sua storia è scritta quasi solo da uomini: Warren Harding, Royal Robbins, Tommy Caldwell, Alex Honnold. I film più famosi sulla parete — Free Solo, The Dawn Wall, Valley Uprising — sono di uomini, su uomini, per un pubblico che ha imparato a immaginare l’arrampicata d’élite con la barba. Emily Harrington non vuole essere la “versione femminile” di nessuno. Vuole entrare in quella storia. E per farlo si dà un obiettivo che fino a quel momento era stato considerato territorio maschile: Golden Gate, in libera, in giornata.
Quattro tentativi. Una caduta. Una scelta.
Tra il 2019 e il 2020, Emily prova quattro volte. Il film racconta tutti e quattro i tentativi senza filtri: l’ossessione che cresce, le grandinate che cambiano i piani, le bruciature da corda, gli errori tecnici, la stanchezza che diventa rabbia.
C’è anche il momento più duro: il volo del 2019. Una caduta brutta, la testa che picchia contro il granito, il sangue, la barella. In quei giorni una parte della stampa la racconta come la storia di una donna ferita salvata dal suo compagno Alex Honnold — una narrazione che chi vive la montagna conosce fin troppo bene, e che Emily, nel film, attraversa senza voler diventarne il personaggio.
Quello che colpisce, guardando, non è l’epica della vetta. È la fatica vera: Emily che piange a metà parete dopo l’ennesimo errore e dice “un giorno ce la farò”, e il suo compagno Adrian Ballinger che le risponde piano: “ce la fai oggi”.
E ce l’ha fatta.
La parte che parla a tutte noi: maternità e ossessione
C’è un passaggio del documentario che vale la pena guardare due volte. Prima dell’ultimo tentativo, Emily racconta di aver pensato di chiudere lì. Mollare il progetto. Pensare alla maternità, a una vita che non fosse appesa a un chiodo.
È una frase che le donne nello sport — e fuori dallo sport — riconoscono al primo ascolto. Il momento in cui ti chiedi se quello che stai inseguendo vale ancora. Se non sia il caso di smettere. Se “scegliere” significhi davvero rinunciare.
Emily non ha rinunciato. È tornata sulla parete, ha chiuso il progetto, ed è diventata madre nel 2022. Le due cose, ha scoperto, possono convivere. Ma il dubbio — il pensiero di mollare, il senso di colpa di volere ancora la vetta — fa parte della storia, non è un dettaglio da nascondere. È parte della caparbietà, non il suo opposto.
Lynn Hill, e la voce delle donne che già c’erano
Uno dei momenti più belli del film è la presenza di Lynn Hill, che non compare come cameo silenzioso ma parla, racconta, ricorda.
Lynn Hill nel 1993 fu la prima persona — uomo o donna — a salire The Nose di El Cap in libera. L’anno dopo, lo fece in giornata. Al ritorno dalla vetta lasciò alla storia una frase diventata leggendaria: “It goes, boys.” Si può fare, ragazzi. Tradotto: era sempre stato possibile, solo che l’avete saputo dopo di me.
Quando Lynn Hill parla in Girl Climber, non parla della “linea femminile” di El Cap. Parla della linea di El Cap, e basta. La sua voce nel film fa una cosa importantissima: ricorda che Emily non è la prima a entrare in territorio maschile. È l’ultimo anello di una catena lunga, che parte da Henriette d’Angeville sul Monte Bianco nel 1838 e passa per Lucy Walker, Junko Tabei, Wanda Rutkiewicz, Catherine Destivelle, fino a lei stessa.
La montagna è sempre stata anche delle donne. Quello che è mancato — e in parte manca ancora — non sono le donne in vetta. È il modo in cui le raccontiamo, quanto le ricordiamo, quanto le mettiamo in copertina.
Girl Climber: il titolo che si ribalta da soloIl titolo del film è provocatorio di proposito. Girl Climber — “climber bambina”, “climber femmina” — è esattamente la categoria diminutiva in cui il mondo dell’arrampicata d’élite ha a lungo confinato Emily e chi è venuta prima di lei.
Il messaggio del film, però, ribalta il titolo. Emily non sta dimostrando di essere la migliore Girl Climber. Sta dimostrando di essere una delle migliori. Punto. Non la migliore tra le donne. Una delle migliori, senza categorie.
Perché raccontiamo questa storia
Donne di Montagna esiste per raccontare storie come questa: storie di caparbietà, di donne che si fanno spazio in mondi pensati per altri, che cadono e tornano a salire, che attraversano i dubbi sulla maternità, sulla carriera, sul “ne vale ancora la pena”, e scelgono di riprovarci.
Non sono storie di supereroine. Sono storie di donne che non hanno mollato — e di una catena lunga, che parte da molto prima di noi e arriverà dopo di noi. Emily Harrington è un anello di quella catena. Lynn Hill un altro. E noi continueremo a raccontarle.
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Girl Climber (2025), regia di Jon Glassberg, prodotto da Red Bull Studios e Louder Than Eleven. 83 minuti.
Disponibile su Prime Video.
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