La montagna italiana: cuore alto, ma sempre più vuoto

Marzia Bortolameotti · 11 November 2025

Più del 32% della superficie italiana è coperta di montagne, ma solo poco più di 7 milioni di persone vivono oltre i 600 metri di altitudine.

Un numero che dice molto: la montagna italiana è ampia, ma sempre più silenziosa.

Oggi, solo il 12% della popolazione italiana vive nei comuni montani, e la tendenza è in calo. Negli ultimi anni, questi paesi hanno perso in media il 5% dei loro abitanti, contro un -1,8% a livello nazionale.

Scuole che chiudono, ospedali che si svuotano, servizi che si allontanano. Eppure, proprio in questi luoghi resiste una parte profonda dell’identità italiana — e un modo diverso di abitare la terra.
Una montagna che si svuota ma che resiste

Il 31,4% del territorio nazionale è montuoso: l’8,1% è alta montagna (oltre i 1500 metri), il 23,3% media montagna (tra i 600 e i 1500).

In questi territori la densità di popolazione è di 67 abitanti per km², contro i 195 della media italiana.

Una distanza che si misura anche nei servizi: nei comuni montani ci sono solo 0,43 posti letto ospedalieri ogni 1000 abitanti, contro i 3,48 delle aree non montane.

E il reddito medio per contribuente scende da 26.611 euro (zone non montane) a 24.868 euro (comuni montani).

Nonostante tutto, quasi la metà delle seconde case italiane (44,6%) si trova in montagna: segno che la montagna viene sempre più scelta come rifugio, come pausa, come sogno. Ma non più come luogo di vita stabile.
Il divario tra Nord e Sud

I dati regionali mostrano una montagna a due velocità.

Regioni come il Trentino-Alto Adige o la Valle d’Aosta resistono, mentre in molte zone dell’Appennino la popolazione cala, l’età media cresce e la rete dei servizi si dirada.

In Basilicata, Calabria e Molise, per esempio, la diminuzione della popolazione nei comuni montani arriva fino a -8% in pochi anni.

Anche le connessioni digitali restano disomogenee: se il Lazio registra oltre il 90% di famiglie con rete wireless, in molte aree alpine e appenniniche si resta ancora scollegati.
Montagne di mezzo, comunità di confine

Mauro Varotto le chiama “montagne di mezzo”: non più isolate come quelle alte, ma nemmeno urbanizzate come le valli turistiche.

Sono le montagne dell’Italia interna, dove resiste una cultura del limite, dell’essenzialità e del legame con la terra.

Luoghi che rischiano di svuotarsi, ma che proprio per questo diventano simbolici: qui si può ripensare il rapporto tra natura, lavoro, comunità e futuro.
Donne di Montagna: ripartire da chi resta

In questi numeri c’è anche una possibilità.

Le donne sono sempre più protagoniste del ritorno alla montagna: come rifugiste, guide, agricoltrici, artigiane, professioniste del turismo lento e sostenibile.

Ogni donna che decide di restare o di tornare in quota riporta vita, relazioni, servizi, idee.

La montagna può rinascere solo se torna a essere vissuta, non solo visitata.

Per questo Donne di Montagna esiste: per raccontare, unire e sostenere questa nuova generazione di donne che abita l’altitudine, che si sporca le mani, che cammina per costruire futuro.
La montagna non è un luogo da salvare, ma da abitare di nuovo

Dietro ogni grafico c’è una scelta collettiva.

E forse la più urgente è questa: riconnetterci alla montagna, non come turisti, ma come parte di una comunità che sa vivere in equilibrio con la natura.

Non serve salire in cima per cambiare prospettiva: basta fermarsi un po’ più in alto e ascoltare chi, tra queste valli, non ha mai smesso di credere che la montagna possa ancora essere casa.

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