Le barriere che tengono le donne lontane dallo sport outdoor
Marzia Bortolameotti · 20 March 2026
Milano Cortina 2026 ha portato le atlete italiane al centro della scena. Ma appena i riflettori si spengono, la storia si ripete: le donne tornano ai margini del racconto sportivo. Una ricerca lo dimostra. E i dati Istat confermano che il problema è strutturale.
Federica Brignone. Sofia Goggia. Lisa Vittozzi. Chiara Mazzel. Per qualche settimana, i loro nomi hanno riempito i telegiornali, i titoli dei giornali, i feed dei social. Le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 hanno offerto alle atlete italiane una visibilità straordinaria — meritata, costruita nel tempo, conquistata con sacrificio.
E poi? Il silenzio.
Non è una sensazione. È un dato documentato. La ricerca "Parità di genere e rappresentazione nei media: da Parigi 2024 a Milano Cortina 2026", promossa dal Comitato Olimpico Internazionale e dalla Fondazione Bracco e realizzata dall'Osservatorio di Pavia, ha misurato con precisione ciò che molte di noi già sapevano: la visibilità delle donne nello sport segue un ritmo a intermittenza. Sale durante i grandi eventi, crolla appena la festa finisce.
Il racconto che manca
La ricerca analizza come lo sport venga narrato nei telegiornali italiani, con una lente specifica sul genere. Il quadro che emerge è ambivalente. Da un lato, i segnali positivi ci sono: durante Parigi 2024, la copertura degli sport femminili e maschili è risultata relativamente equilibrata. A Milano Cortina 2026, quasi la metà degli atleti in gara era donna — il 47,9%, il livello di partecipazione femminile più alto nella storia delle Olimpiadi invernali.
Dall'altro lato, la ricerca individua una criticità che non può essere ignorata: quando le donne vengono raccontate, spesso il focus scivola altrove. Non sulla prestazione, non sul risultato tecnico, non sulla traiettoria atletica. Ma sull'aspetto fisico, sulla vita privata, sugli elementi simbolici e personali che ruotano attorno alla gara — non alla gara stessa. Un meccanismo sottile, ma potente, che ridimensiona la centralità delle competenze sportive femminili proprio mentre finge di celebrarle.
E le Paralimpiadi? Ancora più marginalizzate. I dati su Parigi 2024 mostravano che appena l'11% delle notizie sportive le riguardava, nonostante le storie straordinarie di resilienza e talento che portavano con sé.
I numeri che nessuno vuole vedere
Il problema narrativo si intreccia con un problema reale, misurato dall'Istat nella sua ultima rilevazione sulla pratica sportiva in Italia (2024). Nel nostro Paese, il 43,4% degli uomini pratica sport, contro il 31,8% delle donne. Un divario di quasi 12 punti percentuali che, pur essendosi ridotto rispetto al 17% del 1995, rimane strutturalmente ampio.
Ancora più netto il dato sulla continuità: solo il 24% delle donne italiane fa attività fisica o sportiva in modo continuativo, contro una percentuale significativamente più alta tra gli uomini. E tra chi non pratica sport, le motivazioni principali — mancanza di tempo, carichi familiari, lavorativi — rivelano che le barriere non sono solo culturali o psicologiche. Sono anche organizzative e sociali.
Le barriere che tengono le donne lontane dallo sport outdoor, e dalla montagna in particolare, sono multiple e si rinforzano a vicenda:
Fisica: la percezione di non avere le capacità tecniche o la forma fisica "giusta" per certi ambienti. Un'autopercezione spesso distorta da un mercato dell'outdoor che per decenni ha parlato solo a un pubblico maschile — nell'abbigliamento, nell'attrezzatura, nel linguaggio delle guide.
Psicologica: la sindrome dell'impostora che colpisce anche in montagna. La voce che dice non sono abbastanza allenata, non sono abbastanza esperta, non sono abbastanza coraggiosa per uscire da sola, per prendere un sentiero nuovo, per salire più in alto.
Culturale: il racconto dominante dello sport outdoor come territorio maschile, avventuroso, estremo. Un racconto che esclude per omissione le donne che camminano, scalano, scialpinano, corrono in montagna ogni giorno — senza essere né eroine né eccezioni.
Quando i media diventano parte del problema
Il meccanismo descritto dalla ricerca dell'Osservatorio di Pavia non è limitato ai telegiornali nazionali. Attraversa tutta la comunicazione sportiva italiana, compreso il mondo outdoor. Le atlete di montagna — le skyrunner, le alpiniste, le guide alpine, le scialpiniste — ottengono visibilità quasi esclusivamente nei momenti eccezionali: la prima salita, il record, la medaglia. Il quotidiano — l'allenamento, la progressione, la scelta di andare in montagna come atto normale e ricorrente — rimane invisibile.
Questa invisibilità ha un costo. Non è solo una questione di equità rappresentativa, per quanto anche quella conti. È che le ragazze e le donne che non si vedono riflesse nel racconto sportivo mainstream finiscono per credere che certi spazi non siano per loro. Che la montagna — impegnativa, tecnica, fisicamente intensa — sia un territorio dove bisogna guadagnarsi il diritto di stare.
Non è così. Non dovrebbe essere così.
La sfida è costruire una narrazione diversa
La delegata alle Pari Opportunità del Comune di Milano, Elena Lattuada, a margine della presentazione della ricerca, ha detto una cosa semplice e importante: alla grande copertura mediatica durante le competizioni segue spesso il silenzio. E quel silenzio non deve più esserci.
Noi di Donne di Montagna lavoriamo esattamente su questo. Da oltre dieci anni raccontiamo le donne in montagna non come eccezioni, ma come protagoniste ordinarie di uno sport straordinario. Abbiamo costruito una comunità perché sappiamo che la prima barriera da abbattere è quella dell'isolamento — la sensazione di essere l'unica, di non avere compagne di percorso, di non trovare spazi pensati per te.
Le barriere fisiche, psicologiche e culturali che tengono le donne lontane dalla montagna non cadono da sole. Cadono quando vengono nominate, quando vengono mostrate, quando vengono affrontate insieme.
Milano Cortina 2026 ci ha dimostrato che le donne ci sono, che vincono, che sono protagoniste assolute. Ora la domanda è: siamo capaci di tenere accesi quei riflettori anche quando i Giochi sono finiti?
Donne di Montagna è la community italiana che lavora per aumentare la parità di genere in montagna, abbattendo le barriere fisiche, psicologiche e culturali che tengono le donne lontane dalla montagna. Unisciti a noi.
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