SOCIAL & MONTAGNA: OCCASIONE O PERICOLO?

Marzia Bortolameotti · 26 November 2025

Dal Festival della Meteorologia una riflessione sulla sicurezza, la cultura del rischio e la responsabilità digitale

Rovereto – Al Festival della Meteorologia 2025, ospitato al Teatro Rosmini, si è aperto un confronto urgente sulla sicurezza e sulla cultura della montagna. Un dibattito necessario alla luce dei dati di un’estate drammatica: dal 21 giugno al 23 luglio sulle montagne italiane si sono registrati 83 morti, quasi tre al giorno, con incidenti spesso causati da imprudenza, sottovalutazione, attrezzatura inadeguata e scarsa conoscenza delle previsioni meteo. Un fenomeno richiamato anche sulle pagine de l’Adige, evidenziando come improvvisazione e mancanza di consapevolezza restino tra le cause principali.

La tavola rotonda è stata moderata da Bruno Bevilacqua, dirigente del Servizio Prevenzione Rischi e Centrale Unica di Emergenza della Provincia autonoma di Trento, insieme a Marzia Bortolameotti, fondatrice di Donne di Montagna, accompagnatrice di media montagna e professionista della comunicazione. Sul palco le principali realtà territoriali e nazionali impegnate sul tema: SAT, Soccorso Alpino, CAI, Trentino Marketing, il Servizio Meteorologico provinciale e altre istituzioni. Dal confronto è emersa una consapevolezza condivisa: la sicurezza in montagna non riguarda solo tecnica ed equipaggiamento, ma cultura, preparazione e comunicazione, perché sempre più persone si avvicinano alla montagna senza comprenderne complessità e rischi reali.

Prudenza, preparazione e cultura del rischio

Gli esperti hanno ribadito l’importanza della preparazione fisica e mentale, della valutazione dei percorsi, della corretta interpretazione dei bollettini meteo e della consapevolezza dell’ambiente di alta quota. Non basta l’entusiasmo: servono competenze, umiltà e strumenti, perché la montagna rimane un ambiente tecnico, vivo e imprevedibile.

La rivoluzione dei social

Nel dibattito è stato riconosciuto anche il valore positivo dei social. Hanno reso l’outdoor più accessibile, hanno avvicinato nuove generazioni e favorito la nascita di reti di valore. È proprio grazie ai social che è nata ed è cresciuta Donne di Montagna, oggi la più grande community outdoor al femminile in Italia, una realtà unica nel panorama nazionale, punto di riferimento per migliaia di donne che cercano formazione, esperienze e un approccio consapevole alla montagna. Un ecosistema che dimostra che i social, quando usati con responsabilità, possono generare cultura, connessioni e empowerment reale.

Accanto a queste potenzialità, però, è cresciuto un fenomeno preoccupante: la narrazione digitale rischia di perdere contatto con la realtà fisica e tecnica della montagna.

Visibilità non è competenza

Sui social visibilità e autorevolezza non coincidono. Un video spettacolare può sembrare più credibile della parola di una guida alpina o di un soccorritore. L’algoritmo non premia ciò che educa, ma ciò che cattura l’attenzione. Ne deriva una distorsione della percezione del rischio, che porta molti a ritenere la montagna semplice e replicabile come nei contenuti che scorrono sui feed.

Il fenomeno dell’emulazione

L’emulazione inconsapevole è uno degli aspetti più pericolosi. La logica del “se l’ha fatto lui, posso farlo anch’io”, alimentata dal bisogno di approvazione digitale, spinge molte persone a imitare comportamenti visti online senza comprensione del contesto tecnico. La performance prende il posto della preparazione e dell’esperienza reale.

Spettacolarizzazione della montagna

Un esempio emblematico è quello di una turista fotografata su un ghiacciaio sopra i 4.000 metri, in scarpe da ginnastica e abbigliamento estivo. È l’immagine simbolo della spettacolarizzazione della montagna: per un selfie, un reel o un video si è disposti a tutto, anche a ignorare completamente il contesto dell’alta quota, caratterizzato da crepacci nascosti, neve instabile, temperature estreme e variabilità meteorologica. Non importa chi fosse: ciò che conta è il messaggio culturale implicito. La montagna viene consumata come sfondo estetico per contenuti virali più che vissuta come ambiente complesso da conoscere e rispettare.

Il caso del bivacco e il soccorso in elicottero

Simile la dinamica di un video virale su TikTok, in cui un giovane documenta la sua sfida personale – “giorno 45, dove cerco di farmi più amici ed essere più sicuro di me, quindi ho portato i miei amici in bivacco”. L’uscita si è conclusa con il fatto che il gruppo, una volta raggiunta la quota, non se l’è più sentita di affrontare la discesa, rendendo necessario l’intervento del Soccorso Alpino e il rientro in elicottero. Un episodio che mostra con chiarezza il passaggio: la montagna viene usata come contenuto da filmare, non come esperienza da preparare e rispettare.

Dall’individuo al sistema: l’overtourism digitale

I social non influenzano solo i singoli. Modellano flussi collettivi. È il caso del Lago di Braies, meta simbolo della viralità, con picchi oltre 17.000 visitatori in un solo giorno, e del Bivacco Fanton, divenuto destinazione iconica con un aumento consistente di interventi di soccorso. Luoghi fragili trasformati in mete di massa da foto e hashtag, non da consapevolezza.

Responsabilità collettiva

Come ha affermato Marzia Bortolameotti dal palco del Festival:
“La cultura della montagna non la fanno gli algoritmi: la facciamo noi. Ogni contenuto è un atto educativo o diseducativo.”
Non si tratta di decidere se i social siano opportunità o pericolo, ma di stabilire quale cultura della montagna vogliamo contribuire a costruire. La responsabilità è collettiva: professionisti, istituzioni, comunicatori, influencer e utenti sono chiamati a scegliere una comunicazione responsabile.

Verso una narrazione più matura

Donne di Montagna promuove una narrazione autentica fondata su preparazione, cultura del limite e cura dei territori. La montagna deve tornare a essere maestra di vita, non palcoscenico performativo.
La domanda finale è una scelta culturale: vogliamo una montagna palcoscenico o una montagna maestra?
La risposta non è negli algoritmi. È nelle decisioni quotidiane di ciascuno di noi.

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