Yoga e natura

Simonetta Sandri · 1 settembre 2026

Praticare yoga all'aperto. Conversazione con Benedetta Parroni, insegnante di yoga a Roma

Praticare yoga all'aperto amplifica i (tanti) benefici classici della disciplina, creando una sinergia unica tra corpo, mente e ambiente circostante.

Numerosi sono i benefici fisici, dallo stimolo della produzione di vitamina D, al miglioramento dell’equilibrio e della capacità polmonare, attraverso un’attenta e corretta respirazione durante il Pranayama (le tecniche di respirazione).

Altrettanti sono quelli per mente ed emozioni, dalla riduzione di stress e cortisolo al risveglio sensoriale che aiuta a radicarsi nel presente e a staccare dai pensieri quotidiani. Vivere gran parte della giornata al chiuso sotto luci artificiali affatica il cervello. Il contatto diretto con gli elementi naturali ripristina i ritmi circadiani e migliora la qualità del sonno.

C’è anche da aggiungere che il contatto diretto del corpo con la superficie terrestre (ad esempio a piedi nudi o con le mani) permette il passaggio di cariche elettriche naturali che aiutano a neutralizzare i radicali liberi e a ridurre le infiammazioni nel corpo.

Praticare all'aperto insegna anche l'adattabilità e la presenza mentale: indoor controlliamo luci, temperatura e silenzio. In natura impariamo ad accettare il vento, un raggio di sole improvviso, il rumore del mare o il fruscio di una foglia.

In una vita quotidiana frenetica, dominata da ritmi serrati e ambienti chiusi, lo yoga rappresenta un'oasi di riequilibrio per il corpo e per la mente. Ma cosa succede quando decidiamo di arrotolare il tappetino e uscire all'aperto, portando la nostra pratica a contatto diretto con la natura, fino al silenzio e alle vette della montagna?

Per capire meglio tutto questo, oggi abbiamo il piacere di dialogare con Benedetta Parroni, insegnante di yoga a Roma che con la sua passione guida quotidianamente tante persone (ha guidato anche me…) alla scoperta di questa antica disciplina. Benedetta studia molto i testi di grandi guide spirituali e pratica sempre, ovunque.

Con lei parleremo non solo dei benefici fondamentali dello yoga, ma anche dello straordinario potere rigenerante che il movimento e la respirazione possono avere quando ci disconnettiamo dalla città per riconnetterci con la terra e la natura. E la montagna.

Il percorso

Benedetta, come è iniziato il tuo percorso con lo yoga e quale filosofia guida oggi le tue lezioni?

Il mio percorso è iniziato vent’anni fa, a seguito di forti attacchi d’ansia. Andavo in palestra, ma sentivo che mancava qualcosa; il punto di svolta è stato l’incontro con lo yoga: riconnettermi con ogni singolo respiro, sia nella staticità che nel movimento, è stato come tornare a casa. Lo yoga mi ha ridato il corpo, mi ha insegnato a radicarmi nel momento presente, mi ha insegnato a stare.

Da tale esperienza è nata una pratica basata sul rispetto profondo del corpo. Lo yoga per me non è performance, ma ascolto di sé e conoscenza personale attraverso il corpo e il respiro. I punti chiave della mia visione sono:

In una città dinamica e spesso frenetica come Roma, qual è la risposta delle persone che si avvicinano alla tua pratica? Che cosa cercano di più?

Noto che c’è un bisogno profondo di stare, di muoversi con consapevolezza, ascolto e presenza: di imparare a vivere il corpo e dimorare nel corpo, proprio nel momento presente.

Le persone arrivano sul tappetino portando un carico pesante, zaini invisibili sulle spalle. Per questo iniziamo spesso sdraiati, in Savasana, la posizione del cadavere, o seduti in una posizione meditativa o in piedi nella posizione della montagna (tadasana): per attivare il grounding, radicarsi e tornare al presente. È un gesto che aiuta a lasciare fuori dalla stanza tutto ciò che non appartiene a questo istante - il lavoro, il traffico, il rumore di fondo della giornata.

È la ricerca di uno spazio protetto e silenzioso in cui riconnettersi con sé stessi. Un luogo sicuro dove ritrovarsi, completamente libero dalla logica della performance.

Quali testi di grandi maestri ti hanno cresciuto e ispirato nella pratica dello yoga?

Sicuramente testi come Yoga Sūtra di Patañjali e la Bhagavad Gita, Le radici dello yoga di James Mallinson e Mark Singleton e quelli di grandi maestri del Novecento come Il cuore dello yoga, di T.K.V. Desikachar, L’albero dello yoga, di B.K.S. Iyengar, Il nettare dello yoga, di T. Krishnamacharya o Tra terra e cielo, di Vanda Scaravelli.

Senza dimenticare le opere e gli insegnamenti del maestro Zen Thích Nhất Hạnh o i testi di maestri buddisti.

Benefici dello Yoga

Molti si avvicinano allo yoga per motivi fisici (flessibilità, posture), ma poi scoprono molto di più. Quali sono i benefici psicologici e mentali più evidenti che vedi nei tuoi allievi?

Esistono stili di yoga che ripetono sempre la stessa sequenza fissa e altri, più contemporanei, che la modificano di volta in volta in base a specifici temi filosofici o fisici. Sono approcci diversi, ma entrambi perfettamente validi.

La ripetizione costante permette di memorizzare la pratica, liberando la mente dal dover pensare alla posizione successiva e facilitando uno stato di meditazione in movimento. La variazione continua, invece, permette di adattare la pratica a temi anatomici, stagionali o filosofici specifici, mantenendo l'attenzione vigile e la curiosità attiva.

In entrambi i casi, la postura è solo il contenitore, conta l’intenzione: è il respiro a trasformare il movimento in una vera e propria pratica meditativa.

Se dovessi consigliare lo yoga a chi non ha mai steso un tappetino ed è scettico, quali sono i tre "pilastri" della pratica che gli spiegheresti?

Non gli parlerei di flessibilità o posizioni complesse, ma di questi tre pilastri, dicendogli:

C'è una posizione (asana) o una tecnica di respirazione (pranayama) che ritieni fondamentale per affrontare lo stress della vita quotidiana?

Appena svegli, al mattino, respirare. Ritagliarsi uno spazio dedicato in cui fermarsi e ascoltare l'aria che entra ed esce è il primo passo per sintonizzarsi con se stessi.

Nella pratica utilizziamo diverse famiglie di asana, ognuna con una propria intenzione emotiva. Non ne consiglierei dunque solo una. Ci sono posizioni di radicamento e forza come tenere una posizione per 5 respiri, quella del Guerriero o della Montagna (Tadasana) che aiutano a ritrovare il proprio centro. Altre di apertura del cuore, utili nei momenti in cui ci si sente giù o chiusi al mondo, funzionali al riaprirsi alla vitalità. O anche alcuni piegamenti in avanti, ideali quando si sente il bisogno di introspezione, di proteggersi o di guardare dentro di sé. Le torsioni, infine, hanno una forte valenza trasformativi, perché ci insegnano a volgere lo sguardo una nuova direzione.

La pratica non è dunque mai rigida: cambia in base al momento di vita e alla risonanza della classe. Non esiste una singola posizione adatta a tutti o a ogni giorno, ma serve un ascolto continuo. In tutto questo, il filo conduttore è il respiro Ujjayi: quel suono profondo, simile al fruscio del mare, che si mantiene durante la pratica per ancorare la mente, creare spazio interno e fare spazio al vuoto.

Lo Yoga in natura e la dimensione della montagna

Oggi si parla molto di Shinrin-yoku e Grounding. Cosa cambia quando si pratica in natura?

Praticare all'aperto o in sala sono esperienze che non si escludono, ma si completano.

In natura, la bellezza che ci circonda può talvolta anche distrarci, ma ci offre un'opportunità unica di contatto diretto: togliere le scarpe e mettere i piedi sulla sabbia, sull'erba o sulla roccia ci radica all'istante. Sentiamo il vento e l'aria sulla pelle - non perché prima non ci fossero, ma perché finalmente ci mettiamo in ascolto. I suoni, la luce del sole, l'acqua e la terra entrano dentro di noi, amplificando le sensazioni, facendoci sentire parte integrante del tutto. È un senso profondo di riconnessione.

Raramente siamo davvero qui: la nostra mente tende a scivolare continuamente nel passato o nel futuro. Lo yoga ci insegna a fare spazio e a contattare la nostra vera essenza. Immergersi in uno spazio come la natura, dove lo spazio è sia fisico che mentale, ci permette di recuperare il contatto con noi stessi e con ciò che ci circonda, sperimentando quella fondamentale identità tra l'anima individuale e l'anima universale, come ci insegnano i maestri delle Upanisad.

Questo ci aiuta ad affrontare un disagio umano profondo: troppo spesso cerchiamo la felicità in ciò che cambia continuamente (attaccamento a ciò che piace, avversione per ciò che è sgradevole). La natura ci ricorda invece che tutto è ciclico (il concetto di impermanenza, Anicca nel buddhismo, Anitya nella tradizione filosofica dello yoga e dell'induismo), insegnandoci a fluire con il cambiamento anziché opporci ad esso.

Ci parli della simbologia della montagna nello yoga?

Nello yoga, la montagna è un potente archetipo spirituale. La massima espressione fisica di questo simbolo si ritrova in Tāḍāsana, la posizione della montagna. Pur apparendo un asana semplice, poiché si esegue in piedi, rappresenta in realtà la chiave di volta tecnica dell'intera pratica, fornendo gli allineamenti per quasi tutti gli altri asana. In Tāḍāsana il corpo umano si fa letteralmente montagna: i piedi costituiscono la base stabile e le radici, il tronco e le braccia ne disegnano i pendii, mentre la testa si erge verso l'alto come la cima, rendendo tale postura il simbolo per eccellenza della connessione tra terra e cielo.

A livello energetico e filosofico, la montagna incarna la rinuncia alla mondanità e lo slancio verticale verso l'assoluto. In questa visione, la montagna diventa il ponte perfetto per sperimentare l'identità tra microcosmo e macrocosmo, quel principio secondo cui l'intero universo si riflette e vive dentro di noi. Non a caso, nella tradizione yogica la colonna vertebrale viene paragonata al Merudaṇḍa, l'asse del cosmo identificato con il sacro Monte Meru; scalare questa montagna interiore significa, per lo yogin, far risalire l'energia lungo il corpo per elevare la propria coscienza dalla materia allo spirito.

Questa stessa verticalità si riflette nella storia e nel mito, poiché la montagna è da sempre il tempio del silenzio e dell'isolamento. I primi yogin erano infatti asceti che sceglievano di ritirarsi tra le vette e nelle grotte proprio per cercare l'illuminazione lontano dal rumore delle valli. Questo legame millenario trova la sua espressione più alta nella figura di Śiva, il primo yogi, che il mito dipinge da sempre sulla cima del Monte Kailash, immobile e assorto in una meditazione eterna, profonda e silenziosa proprio come la montagna stessa.

Qual è stato il luogo naturale più emozionante in cui ti è capitato di guidare una pratica?

Ogni luogo possiede la propria magia. Ogni spazio regala un'emozione e un'energia differenti, ha un proprio valore energetico e trasformativo.

C'è la magia del silenzio profondo della montagna e dei grandi spazi aperti che dilatano lo sguardo; c'è la sensazione di protezione che si prova semplicemente seduti o sdraiati a terra, avvolti dalla presenza degli alberi che ci circondano. Basta fermarsi e mettersi in ascolto per cogliere la bellezza unica di ciascun ambiente.

Uno dei luoghi che porto nel cuore è il Ladakh, adagiato tra le vette dell'Himalaya. Con i suoi suggestivi monasteri buddhisti arroccati, le imponenti cime innevate, i paciosi yak al pascolo, gli incontaminati laghetti d'alta quota e i suoi spazi sconfinati, questa terra invita alla contemplazione, infondendo pace e silenzio nell'anima.

Ci lasciamo allora con un insegnamento: non serve andare lontano per ritrovare il contatto con se stessi e l'ambiente, ma basta fare il primo passo, fare un respiro profondo e lasciarsi guidare dalla natura, che sia un parco cittadino o la vetta di una montagna.

Tutte le immagini sono di Benedetta Parroni, India, Ladakh

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