Trame di futuro: AquiLANA , l’impresa di Valeria Gallese tra sostenibilità e territorio
Simonetta Sandri · 27 ottobre 2026
Nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, tra borghi medievali come Santo Stefano di Sessanio e le secolari vie della transumanza, c’è AquiLANA, un progetto d'impresa etica e sostenibile creato da Valeria Gallese per trasformare un materiale considerato "scarto" in un'eccellenza tessile locale e internazionale. Non un semplice lavoro, ma una vera e propria scelta di vita e di condivisione.
Il progetto di Valeria Gallese è nato ufficialmente nel novembre del 2011, quando Valeria ha registrato il marchio e ha iniziato a dare forma all'idea di recuperare la lana abruzzese per trasformarla in risorsa. L’impresa AquiLANA - creata poi nel 2016 - rappresenta un modello virtuoso di economia circolare, valorizzazione territoriale e audace imprenditoria femminile in montagna, dimostrando come la tutela dell'ambiente e il recupero delle tradizioni rurali possano dialogare con l'innovazione e il mercato contemporaneo. Un vero esempio di leadership adattiva, capace di ritmare la produzione in base alle stagioni (l'accoglienza in bottega in estate, la vendita online e il lavoro di filiera in inverno).
Va ricordato, che, in Italia, la lana tosata dalle pecore autoctone viene spesso trattata come un rifiuto speciale, con costi di smaltimento che gravano sugli allevatori. Valeria Gallese ha invertito questa tendenza, garantendo agli allevatori abruzzesi un compenso equo per la tosatura e recuperando la lana grezza da razze locali per reimmetterla sul mercato. Partita con 50 kg di lana, AquiLANA gestisce e valorizza oggi fino a decine di tonnellate di fibra ogni anno. I processi di lavaggio e filatura seguono rigorosi standard di filiera etica e tracciabile. Per la colorazione dei filati si privilegiano prodotti naturali e piante tintorie del territorio abruzzese, come i petali e le antere dello zafferano di Navelli, l’iperico (pianta officinale detta anche erba di San Giovanni), il vino Montepulciano d'Abruzzo o il guado (Isatis tinctoria) che dona una caratteristica sfumatura di blu, una pianta che veniva già utilizzata nel Medioevo.
Il cuore operativo ed espositivo di AquiLANA è una bottega artigianale a Santo Stefano di Sessanio, celebre borgo mediceo storicamente legato proprio alla ricchezza del commercio laniero (lana carfagna). La bottega è un punto vendita, ma anche un laboratorio culturale dove residenti, camminatori e turisti scoprono l'origine della fibra, le tecniche di lavorazione e la vita della montagna. Quanto a impatto sociale, il progetto ha costruito una fitta rete d'empatia e stima con gli allevatori ovini dell'Abruzzo interno.
Nel 2022, Valeria ha ricevuto il riconoscimento di Ambasciatrice del Parco nel Mondo per il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, titolo conferito dall'Ente Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga a personalità che si distinguono per azioni, opere, professionalità o legami con il territori. L’abbiamo incontrata.
Valeria, AquiLANA nasce da un profondo legame con la terra, la montagna e i cicli naturali. Ci racconti come è nata?
Tutto è iniziato durante gli studi in veterinaria, quando un professore parlava del miglioramento genetico delle produzioni ovine: da lì mi sono appassionata alla lana. A 26 anni, però, mi mancava l’operatività vera e propria. Così, un giorno, sono andata a conoscere da vicino le greggi sul Gran Sasso durante una giornata di tosatura: sono tornata a casa con quell’odore addosso... un forte (male)odore di lana che però non ha mai ucciso nessuno! È un lavoro in cui ci si sporca, con animali e ritmi molti duri, ma è un’attività profondamente onesta. I miei genitori - mio padre direttore di banca e mia madre funzionaria della Corte dei Conti - all'inizio non capivano questa scelta, ma oggi fanno il tifo per me. Ho iniziato a studiare la filiera della lana a partire dal momento della raccolta. Ogni lana è unica, ma presenta caratteristiche diverse: bisogna saperla riconoscere per capire quali lotti siano filabili e quali i più pregiati. Per tre anni sono andata a studiare nel distretto tessile biellese, da secoli cuore dell'industria laniera. Nel mondo della veterinaria si conosce la lana sull'animale, ma non come fibra tessile. A Biella ho trovato persone estremamente competenti e serie: all'inizio l'impatto mi è parso un po' distaccato, ma vedendo la mia determinazione, alla fine mi hanno accolta. Lì ho imparato a riconoscere le qualità di lana, i diversi tipi di lavaggio e, infine, come realizzare i filati.
Che cosa significa per te essere un’imprenditrice oggi in un settore - quello della lana e della pastorizia - storicamente legato alla ruralità e spesso declinato al maschile?
Più̀ che una questione di genere, la vera sfida è stata costruire un rapporto di fiducia in un mondo segnato da anni di speculazioni. Nel settore agricolo la presenza femminile c'è e si fa sentire e non vi sono pregiudizi; il problema con i pastori non era il fatto che fossi una donna, ma la diffidenza accumulata verso chiunque si presentasse a comprare la lana, considerato che, in passato, i pastori erano stati spesso sfruttati e malpagati. Ricordo il 2012, un anno davvero brutto per il mercato della lana, prezzi bassissimi. All'inizio un pastore non voleva vendermi la sua lana perché pensava fossi semplicemente uno dei soliti commercianti. Non gli ho mai parlato in termini di "quanto ti do", ma di “quanto vuoi”. Ho dovuto dimostrare nei fatti di non essere uno speculatore, ma un acquirente onesto di cui potersi fidare. Essere un'imprenditrice in questo settore significa proprio questo: romperne le dinamiche sbagliate, garantire dignità al lavoro dei pastori e ripagare la loro fatica con trasparenza, rispetto e un prezzo giusto.
E da quell’inizio poi…
Da quell’inizio è iniziato un vero e proprio viaggio di ricerca e costruzione. Entrare in una famiglia di pastori mi ha fatto toccare con mano le difficoltà concrete del vivere in un'epoca moderna, in un settore segnato da redditi spesso insufficienti. Ho capito allora che la mia attività poteva rispondere a una necessità reale e avere un senso profondo, ben oltre il semplice profitto. Sono valori che porto dentro fin da piccola, trasmessi da mia nonna, sagrestana del paese, che mi ha insegnato il senso di "pane e solidarietà". La lana non valeva più nulla e io volevo restituirle il giusto valore. Per farlo bisognava stare sul campo: durante la tosatura entravo direttamente nelle aziende degli allevatori. La lana, infatti, non è tutta uguale: va selezionata, raccolta con cura e divisa accuratamente in categorie già in stalla. Una volta acquisite queste competenze pratiche e compresi i segreti della fibra tessile a Biella, il passo successivo è stato riportare e applicare tutto questo valore alla nostra terra. È così che AquiLANA è diventata realtà: non solo un brand, ma un progetto di filiera etica e tracciabile che valorizza la lana locale, trasformando quello che spesso veniva considerato un rifiuto o uno scarto in un filato pregiato, sostenibile e ricco di storia. Abbiamo iniziato a collaborare strettamente con i pastori del territorio, garantendo loro un prezzo giusto e restituendo dignità a un mestiere antico..
E poi è arrivato Daniele Kihlgren …
E poi la svolta. Tutto questo avveniva in un periodo difficilissimo: con il terremoto avevo perso la casa e la lana l'avevo sistemata in un container che mi era stato donato. L'Aquila era una città ancora profondamente ferita; la gente che veniva da me spesso aveva perso la propria bottega. Ma a Santo Stefano si stavano aprendo nuove opportunità: il visionario Daniele Kihlgren - diventato poi grande amico, recentemente scomparso - dell'Albergo Diffuso mi ha dato una stanza e uno spazio da cui ripartire. Lì ho lavorato con un direttore proveniente dal resort Borgo Egnazia, grazie al quale ho acquisito competenze preziose nella gestione dei clienti e nell'accoglienza. Poi ho incontrato Giuseppe Celestini, proprietario di una bottega che voleva affidarla solo a chi avesse davvero a cuore la valorizzazione del territorio. Pino mi ha aperto le porte e mi ha concesso lo spazio con un affitto calmierato per ben 6 anni: un sostegno fondamentale che ha consentito il vero e proprio lancio dell'attività e mi ha fatto sentire finalmente al sicuro. All’epoca ho venduto i primi 50 kg in pochissimo tempo e, da quel momento, ogni anno abbiamo raddoppiato le quantità. Oggi raccolgo la lana e la vendo nella bottega sotto forma di matasse e prodotti trasformati, come i cappelli e altri oggetti che realizzo io stessa al lavoro a uncinetto. Nel 2026 ho raccolto circa 30.000 kg di lana, collaborando stabilmente con 14 allevatori tra Abruzzo, Molise e Basificata e 2 autotrasportatori del Molise e dell’ Abruzzo. La lana viene poi avviata nel distretto di Biella, dove viene lavata in impianti certificati per tre lavaggi all'anno e successivamente filata, distinguendo attentamente le lane fini, le mezze filate e la caratteristica Moretta. Oggi ogni gomitolo, capo e filato AquiLANA porta con sé l'autenticità delle nostre montagne, il rispetto per gli animali e il sapere artigianale. Quel sogno nato tra i banchi di università e profumato di pascolo è diventato una storia vera da indossare e da raccontare.
Usi tinture naturali, ce ne parli e quale è la tua preferita?
Quando la lana torna da Biella in bottega, inizia la fase della tintura, che realizzo personalmente utilizzando unicamente sostanze naturali. Uso gli scarti dello zafferano, ma soprattutto un'eccellenza del nostro territorio: il vino Montepulciano d'Abruzzo, in assoluto la mia tintura preferita. Utilizzare il Montepulciano mi permette di legare ancora di più la lana alla nostra terra. Si tratta di una tintura diretta: il vino, specialmente se giovane, è ricchissimo di antociani che si attaccano direttamente alle fibre senza bisogno di procedimenti complessi e la colorano. Più il vino è giovane, più il colore prende subito e uniformemente. Il processo è quasi rituale: la lana sobbolle nel vino per un paio d'ore e in bottega si diffonde un meraviglioso e avvolgente odore di vino. Il risultato è una sfumatura color tortora unica e raffinatissima, amatissima dai turisti proprio perché porta con sé l'anima e i profumi dell'Abruzzo. Oltre alle lane tinte, lavoriamo molto con le tonalità naturali della fibra, come la Moretta, la lana scura tipica delle nostre pecore nere.
Santo Stefano di Sessanio è un borgo simbolo della rinascita dell'Abruzzo interno, storicamente arricchitosi proprio grazie al commercio della lana "carfagna" con la famiglia Medici. E poi, la transumanza è Patrimonio dell'Umanità UNESCO…
Il contrasto con il passato è enorme e fa riflettere: all'epoca dei Medici c’erano ben tre milioni di pecore, oggi ne contiamo appena 117 mila in tutto l’Abruzzo. Per decenni è passato il messaggio che quello del pastore fosse un mestiere da abbandonare, un lavoro antico senza futuro. Sono rari, infatti, i casi di giovani o di nuove persone che decidono di intraprenderlo da zero. Eppure qualcosa sta cambiando. Il riconoscimento della Transumanza come Patrimonio Culturale Immateriale dell'UNESCO ha riacceso i riflettori su questo mondo, ridando dignità e centralità a chi lo vive ogni giorno. I pastori non sono solo allevatori: sono i reali custodi dei nostri territori e delle nostre montagne. Per superare i vecchi pregiudizi, il sistema migliore è stato iniziare a raccontarsi. Rilanciando la nostra storia e la quotidianità di questo lavoro sui social - dove oggi raggiungiamo anche 3 milioni di visualizzazioni al mese su Facebook - abbiamo dimostrato che la pastorizia non è un retaggio del passato, ma un patrimonio vivo, moderno e profondamente legato all'identità della nostra terra.
I cammini dell'Abruzzo - come i sentieri del Gran Sasso - offrono un'esperienza di turismo lento e immersivo. Come si intreccia Aquilana con queste vie e con la riscoperta di un modo di viaggiare sostenibile?
Il cammino del Gran Sasso è recente, ma ha uno straordinario valore umano e turistico. Nel borgo riceviamo continuamente camminatori: per noi è un’occasione unica di incontro e scambio e io mi trasformo spesso in una vera e propria "raccontastorie" per chi si ferma in bottega lungo il percorso. Questo sviluppo è il frutto di un lungo cammino comunitario. Prima dell'arrivo dei camminatori c'era una grande sfida: il paese aveva pochissimi abitanti, gli unici a credere nelle potenzialità del territorio. A loro si è aggiunto, come dicevo, Daniele Kihlgren, che ha recuperato le case del borgo avviando l'albergo diffuso e dando nuova linfa ad aree simbolo come Campo Imperatore e Rocca Calascio. La vera fortuna di Santo Stefano di Sessanio è stata l'essere rimasti coesi, impedendo che il territorio venisse preso d'assalto da speculatori edilizi, preservando l’autenticità del paesaggio. Grazie a questa visione, prima ancora del boom dei cammini erano già nate un centinaio di attività economiche legate all'accoglienza e all'artigianato. Negli ultimi dieci anni, complice anche il periodo del Covid che ha spinto molte persone a riscoprire i ritmi della natura, le presenze nell'Appennino sono esplose: se all'inizio arrivavano soprattutto da Lombardia e Veneto, oggi accogliamo camminatori da tutta Italia e dall'estero. AquiLANA si inserisce perfettamente in questo ecosistema: chi cammina lungo i nostri sentieri non cerca solo un paesaggio, ma una storia vera, fatta di filiera etica, rispetto della montagna e valore del lavoro artigiano
La natura non segue i ritmi industriali e frenetici, ma quelli lenti delle stagioni. Cosa possiamo imparare oggi - come donne e custodi del pianeta - riappropriandoci di questo tempo e di questa connessione?
Tutto sta in come scegliamo di riempire il nostro tempo e nelle scelte quotidiane che facciamo. Purtroppo, la società moderna non si sta allontanando solo dalla natura in senso generico, ma soprattutto dalla ruralità autentica: un patrimonio di vite lente, saperi antichi e ritmi naturali che abbiamo gradualmente perso e persino rimosso dalla nostra memoria. Oggi la sostenibilità sta diventando di moda, un'etichetta o una scelta spesso guidata dall'immagine più che da un credo profondo. Chi vive lontano dal mondo rurale rischia talvolta di cadere in fanatismi ideologici - come certo estremismo vegano slegato dalla realtà del territorio - che finiscono per allontanare anziché avvicinare alla vera natura. La ruralità vera non è una moda: è una vita modesta, concreta, fatta di rispetto profondo per gli animali, equilibrio con l'ecosistema e accettazione dei cicli della terra. Come donne e custodi del pianeta, la sfida di oggi è disinnescare la frenesia moderna e tornare ad abitare le montagne e le campagne, non con un approccio consumistico o turistico, ma vivendole davvero. Rimettere la ruralità al centro significa ritrovare il valore del tempo, del limite e dell'essenziale, proteggendo la terra attraverso il lavoro, il rispetto e la presenza attiva.
Guardando al futuro, quali sono i prossimi passi di AquiLANA per continuare a crescere nel segno del rispetto ambientale?
Ad esser sincera, non sono una persona che fa grandi piani per il futuro: vivo giorno per giorno. Il mio impegno quotidiano è far sì che il futuro si costruisca e diventi presente ogni mattina. Per me crescita significa responsabilità. La mia priorità costante è essere pronta, organizzata e solida per raccogliere ogni anno la maggiore quantità di lana, perché so che i pastori del territorio contano su di me e sul mio lavoro. Già da marzo si ricomincia con la nuova stagione della tosatura e con il riacquisto delle lane, ed è lì che si rinnova il nostro patto di fiducia. Non inseguo traguardi teorici, ma la continuità di una filiera vera.
Per concludere: che consiglio daresti a una donna che oggi desidera avviare un’attività profondamente radicata alla natura e ai territori montani o rurali?
Puntare sulla competenza. L'amore per la natura e la passione non bastano: bisogna studiare, capire a fondo i processi, imparare sul campo e acquisire una professionalità solida. È la competenza che rende credibili e permette di essere prese sul serio in settori storicamente complessi. In secondo luogo, essere serie, tenaci e non spaventarsi di fronte alle difficoltà o ai pregiudizi. Nella vita e nell'impresa capitano tanti momenti difficili e tanti rifiuti, ma la vera svolta sta nel trasformare un "no" in un'opportunità. Un "no" può diventare la spinta per cercare un'altra strada, per affinare un'idea o dimostrare con i fatti quanto vale il proprio progetto. In estate la mia bottega ha le due porte spalancate: da una parte l'azzurro del cielo delle nostre montagne, dall'altra una storia che affonda le radici nella tosatura e nella pastorizia fin dal 1000 a.C. Auguro a ogni donna che vuole intraprendere questo cammino di avere la stessa determinazione: radici forti nella terra, uno studio rigoroso alle spalle e gli occhi sempre aperti verso l'orizzonte.
Immagini di Valeria Gallese, foto in evidenza di Stefano Schirato
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